7 ottobre 1571

Uno dei più famosi partecipanti alla battaglia fu lo scrittore spagnolo Miguel de Cervantes, che fu ferito e perse la mano sinistra; fu ricoverato a Messina, al ritorno dalla spedizione navale, presso il Grande Ospedale dello Stretto, e si dice che durante la degenza cominciò il suo Don Chisciotte della Mancia. Alcuni tra gli storici cristiani che negli anni successivi raccontano l'accaduto sostengono che Mustafà avesse già intenzione di rompere gli accordi, a prescindere dall'atteggiamento di Bragadin. La battaglia di Lepanto fu la prima grande vittoria di un'armata o flotta cristiana occidentale contro l'Impero ottomano. Il vascello più importante dello schieramento cristiano era la galeazza veneziana. Jan Glete, ad esempio, riprendendo l'analisi di J.F. Di lì a poco, infatti, alle quattro del pomeriggio, le navi ottomane rimaste abbandonavano il campo, ritirandosi definitivamente. L'isola, già possedimento bizantino, faceva parte del dominio di Venezia dal 1480e per essa veniva pagato ai turchi un tributo annuo di 8.000 ducati . Il teatro della battaglia si presentava come uno spettacolo apocalittico: relitti in fiamme, galee ricoperte di sangue, uomini morti od agonizzanti. Erano trascorse quasi cinque ore e il giorno volgeva ormai al tramonto quando infine la battaglia ebbe termine con la vittoria cristiana. Non a caso, nell'Arsenale veneziano, le truppe francesi di. Del Bisanti fu scritto: "nella micidiale battaglia navale presso le isole Curzolari dispiegò tale bravura da procacciarsi fama immortale." La battaglia, quarta in ordine di tempo[10] e la maggiore, si concluse con una schiacciante vittoria delle forze alleate, guidate da Don Giovanni d'Austria, su quelle ottomane di Müezzinzade Alì Pascià, che morì nello scontro. Lo schieramento cristiano vinse soprattutto grazie alla superiorità dell'equipaggiamento, che compensò la mancanza di esperienza delle truppe imbarcate[44], decisivo fu anche il vantaggio insito nella collocazione avanzata delle galeazze e l'enorme sproporzione nel numero dei pezzi d'artiglieria[45]. Il ruolo cruciale di Gianandrea Doria è stato spesso oggetto di disputa[34]: gli avversari dei genovesi insinuarono che egli si fosse defilato o per preservare il proprio naviglio o perché obbediva ancora agli ordini di Filippo II o, si disse, perché si era messo d'accordo con Uluč Alì per ridurre al minimo i danni alle loro imbarcazioni (anche il comandante barbaresco come il genovese affittava le galere al suo Signore). La manovra ebbe solo un parziale successo e lo scontro si accese subito violento. Il Gran Visir Sokollu, in quell'occasione, disse ai Veneziani che avrebbero potuto fidarsi più degli ottomani che degli altri Stati europei, se solo avessero ceduto al volere del Sultano. Il corno destro era invece composto di 25 galee e 2 galeazze veneziane, 16 galee genovesi, 8 galee spagnole e siciliane, 2 sabaude e 2 toscane sotto le insegne pontificie, per un totale di 53 galee e 2 galeazze, tenute dal genovese Gianandrea Doria. [42] La vittoriosa guerra di Candia, alla metà del XVII secolo, mostra che il vigore delle forze turche era ancora temibile nel Mediterraneo orientale. Secondo la descrizione data dal Summonte l'armata della lega santa era divisa in 4 parti, Corno destro, Corno sinistro, la parte centrale o Battaglia e la riserva o Soccorso[23]. L'armamento d'artiglieria delle galere ottomane, e ancor di più di quelle barbaresche, era complessivamente più leggero, poiché i loro capitani facevano grande affidamento sulla velocità, sull'agilità e sulla possibilità di muoversi in acque basse, e quindi non intendevano appesantire i loro scafi. Quindi le navi fecero rientro a Napoli. Odoya, Bologna 2014, Craveia Danilo, "La battaglia di Lepanto in S. Germano a Tollegno", in Studi e ricerche sul Biellese, DocBi-Centro Studi Biellesi, 1999, 59-75. La flotta turca schierata a Lepanto, reduce dalla campagna navale che l'aveva impegnata durante l'estate, era verosimilmente forte di 170-180 galere e 20 o 30 galeotte, cui si aggiungeva un imprecisato numero di fuste e brigantini corsari[26]. Simeone Gliubich di Città Vecchia Dizionario Biografico degli Uomini Illustri della Dalmazia - Vienna, 1856 p. 38. Nel documento di capitolazione il comandante turco si era impegnato promettendo e giurando per Dio et sopra la testa del Gran Signore di mantenere quanto nei capitoli si conteneva[19]. La richiesta era ragionevole, ma viziata dall'errore di non essere stata inserita direttamente nel capitolato del 1º agosto[20]. Improvvisamente intorno alle ore 12 il vento cambiò direzione: le vele dei turchi si afflosciarono e quelle dei cristiani si gonfiarono. Per questo motivo molti giannizzeri erano già stati armati con archibugi e moschetti, di qualità leggermente inferiore però a quelli prodotti in Italia e in Spagna, e con polveri meno efficienti. Lo stendardo, un drappo di damasco rosso su cui era dipinto il Crocifisso tra gli apostoli Pietro e Paolo, benedetto dal Papa, era stato consegnato a Marcantonio Colonna in San Pietro l'11 giugno 1570. Al centro degli schieramenti Alì Pascià cercò e trovò la galea di Don Giovanni d'Austria, la cui cattura avrebbe potuto risolvere lo scontro. A Venezia l'episodio fu dipinto da Andrea Vicentino nel Palazzo Ducale a Venezia, sulle pareti della Sala dello Scrutinio; la sua opera sostituiva la Vittoria di Lepanto di Tintoretto, distrutta da un incendio nel 1577. Apprese dunque le notizie di Famagosta e nonostante il maltempo le navi della Lega presero il mare e giunsero, il 6 ottobre davanti al golfo di Patrasso, nella speranza di intercettare la potente flotta ottomana. Quanto alla tesi di un accordo clandestino tra il genovese e Uluč Alì essa non tiene conto del fatto che i due comandanti non potevano in alcun modo prevedere che si sarebbe trovati l'uno di fronte all'altro anzi, stando ai resoconti delle spie ottomane, la presenza di Doria non era nemmeno prevista[35], Viste le circostanze, Doria non avrebbe potuto reagire diversamente di fronte al tentativo di accerchiamento di Uluč Alì. I turchi schieravano l'ammiraglio Mehmet Shoraq, detto Scirocco[28], all'ala destra, mentre il comandante supremo Müezzinzade Alì Pascià (detto il Sultano) al centro conduceva la flotta a bordo della sua ammiraglia Sultana, su cui sventolava il vessillo verde sul quale era stato scritto 28.900 volte a caratteri d'oro il nome di Allah. National Geographic Rome's Greatest Battles: Battle of Philippi - Duration: 44:58. La potenza di fuoco delle galeazze si dimostrò devastante, con l'affondamento/danneggiamento di circa 70 navi e distruzione dello schieramento iniziale della flotta ottomana. Dopo questa battaglia fu chiaro che la flotta turca non era invincibile, mentre la Spagna, pur vittoriosa, era troppo impegnata a reprimere la rivolta dei Paesi Bassi spagnoli, e quindi le Reggenze barbaresche "rialzarono la testa", guadagnando spazi d'autonomia, o dedicandosi nuovamente alla guerra di corsa, anche contro gli interessi del Sultano. Questi gli anticipò di volersi allargare verso il mare aperto per lasciare più spazio di schieramento e di manovra al resto della flotta, e si lamentò del fatto che non tutte le galere del suo corno tenevano il passo. Benché tra Oriente e Occidente gli scambi di persone, merci, denaro e tecniche fossero sempre intensissimi[12], il crescente espansionismo ottomano in quegli anni preoccupava sempre più i governi dell'occidente mediterraneo. Le nuove navi turche infatti erano state costruite troppo in fretta, tanto che l'ambasciatore veneziano disse che bastavano 70 galee ben armate e ben equipaggiate per distruggere quella flotta costruita con legname marcio e cannoni mal fusi. Rappresentazioni artistiche e cimeli della battaglia, «... il calendario giuliano in uso all'epoca aveva causato nel corso dei secoli una discrepanza tra le date astronomiche e quelle legali. Qui la raggiunse la notizia della caduta di Famagosta e dell'orribile fine inflitta dai musulmani a Marcantonio Bragadin, il senatore veneziano comandante la fortezza[18]. Naturalmente quel rapporto peggiorava notevolmente puntando il pezzo su singole galee con ampia libertà di manovra. In questi casi i velieri mostrano i loro limiti, restando forzatamente immobili e alla mercé di chiunque sappia arrivar loro addosso, prendendoli d'infilata con le proprie bordate. .mw-parser-output .geo-default,.mw-parser-output .geo-dms,.mw-parser-output .geo-dec{display:inline}.mw-parser-output .geo-nondefault,.mw-parser-output .geo-multi-punct{display:none}.mw-parser-output .latitude,.mw-parser-output .longitude{white-space:nowrap}.mw-parser-output .geo{}body.skin-vector .mw-parser-output #coordinates{font-size:85%;line-height:1.5em;position:absolute;right:0;top:0;white-space:nowrap}Coordinate: 38°12′N 21°18′E / 38.2°N 21.3°E38.2; 21.3. La fontana danneggiata dai bombardamenti del 2 feb. 1944 fu ricostruita dallo scultore Renato Marino Mazzacurati e dagli scalpellini Franco Morando e Sandro De Nicola.[53]. Quanto all'artiglieria, la flotta cristiana schierava, approssimativamente, 350 pezzi di calibro medio-grande (da 14 a 120 libbre) e 2.750 di piccolo calibro (da 12 libbre in giù)[24]. Uluč Alì si impossessò del vessillo dei Cavalieri di Malta, fece prigioniero Giustiniani e prese a rimorchio la sua galea. Perciò un altro stendardo, un telo di seta cremisina con l'immagine del Crocifisso, fu consegnato solennemente dal Viceré di Napoli, cardinale di Granvelle, a Don Giovanni d'Austria, nella basilica di Santa Chiara a Napoli il 14 agosto 1571[14]. Parteciparono alla battaglia anche: Davide Imperiale, che sacrificò una propria galea per la salvezza di quella pontificia, Ascanio della Corgna, Pietro Lomellini, Antonio Canal e Giorgio Grimaldi. Anche da parte cristiana si riaffermò una pirateria attiva. Poco dopo Lepanto, la Porta cominciò effettivamente un'opera di ricostruzione della flotta che si concluse l'anno successivo. Infatti Mustafà aveva fatto imprigionare i veneziani sulle galere turche, aveva fatto decapitare i capitani al seguito di Bragadin e infine quest'ultimo dopo una serie di torture: mutilato al viso, gli vennero mozzate ambedue le orecchie e il naso, quindi rinchiuso per dodici giorni in una minuscola gabbia lasciata al sole, con pochissima acqua e cibo; al quarto giorno i turchi gli proposero la libertà se si fosse convertito all'Islam, ma Bragadin rifiutò fu quindi appeso all'albero della propria nave e massacrato con oltre cento frustate, quindi costretto a portare in spalla per le strade di Famagosta una grande cesta piena di pietre e sabbia, finché non ebbe un collasso; fu quindi riportato sulla piazza principale della città incatenato a un'antica colonna e qui scuoiato vivo a partire dalla testa[22]. Alessandro Barbero, al contrario, sottolinea che “Uluč Alì dimostrò di saperla molto più lunga” del Doria e che la manovra di allargamento del corno destro già all'indomani della battaglia fece circolare all'interno della flotta il sospetto che l'ammiraglio genovese volesse sottrarsi al combattimento e che tale sospetto non si è più dissipato fino a oggi[36]. Molti prigionieri ottomani, in particolare gli abilissimi e addestratissimi arcieri e i carpentieri, furono uccisi dai veneziani, sia per vendicare i prigionieri uccisi dai turchi in precedenti occasioni, sia per impedire alla marineria turca di riprendersi rapidamente. La galera del Doria e le altre unità del suo corno avevano subìto meno perdite di tutto lo schieramento cristiano, cosa che colpì negativamente quasi tutti i comandanti nel raduno generale che seguì la battaglia, alimentando le voci e i sospetti. Si trattava di almeno un grosso cannone, posto a prua e generalmente più potente e pesante di quelli utilizzati dai vascelli coevi. Infine l'ammiraglio, considerato il migliore comandante ottomano, Uluč Alì, un apostata di origini calabresi convertito all'Islam (detto Ucciallì oppure Occhialì[29]), presiedeva all'ala sinistra; le navi schierate nelle retrovie erano comandate da Murad Dragut (figlio dell'omonimo Dragut Viceré di Algeri e Signore di Tripoli che era stato uno dei più tristemente noti pirati barbareschi). Bragadin si era opposto, inoltre, alla decisione del Pascià di trattenere a Famagosta in ostaggio uno dei capitani veneziani come garanzia del ritorno delle imbarcazioni turche al porto. Tra il 1686 e il 1718 Giacomo Serpotta decorò con stucchi l'oratorio del Rosario di Santa Cita a Palermo: uno di questi stucchi rappresenta la Battaglia di Lepanto ed è una delle opere più mirabili di questo artista. Solo sei di queste unità rinforzavano lo schieramento cristiano ma furono devastanti sia per le galere nemiche sia per il morale dei loro equipaggi. Con la galeazza si raggiunse l'apice dell'evoluzione della galea, ma nel contempo essa ne rappresentò anche il canto del cigno. Le forze risultavano così composte: 12 galere del papa armate dal granduca di Toscana di cui 5 equipaggiate dai Cavalieri di Santo Stefano[16], 10 galere di Sicilia, 30 galere di Napoli, 14 galere di Spagna, 3 galere di Savoia, 4 galere di Malta, 27 galere di Genova (di cui 11 appartenenti a Gianandrea Doria), 109 galere (di cui 60 giunte da Candia) e 6 galeazze di Venezia. Sia la flotta cristiana sia quella musulmana prediligevano le costose, ma leggere e sicure, artiglierie in bronzo, rari i pezzi in economica (ma pesante e pericolosa) ghisa, per lo più fabbricati a Brescia e nelle Fiandre. La Lega santa contro l'Impero ottomano, Battaglia di Lepanto (ordine di battaglia), http://www.partecipiamo.it/angela_magnoni/maria/dalla_chiesa_e_dai_santi/pdf/padre_a_m_tinti_maria_debellatrice_delle_eresie.pdf, http://www.tibursuperbum.it/ita/escursioni/marino/Fontane.htm, La croce e la mezzaluna. Il macabro trofeo, insieme con le teste del generale Alvise Martinengo, del generale Astorre Baglioni, di Gianantonio Querini e del castellano Andrea Bragadin, venne issato sul pennone di una galea e portato a Costantinopoli. 156 e 308. I morti di nobiltà cattolica vennero sepolti nella chiesa dell'Annunziata a Corfù (spostati dopo il bombardamento dei tedeschi del 13 settembre 1943 al cimitero cattolico di Corfù) mentre i morti nobili di religione ortodossa (piuttosto Corfioti) furono sepolti nella chiesa di S. Nicola nominata "Dei Vechi" e quelli non nobili in una chiesetta fuori le mura di Corfù denominata fin da allora "Dei martiri". Per ricordare il suo avo Marcantonio Colonna, ammiraglio della flotta pontificia in occasione della battaglia di Lepanto del 1571. Quindi il 7 ottobre 1571 era in realtà il giorno 17, il sole sorse alle 6.40 del mattino e tramontò alle 17.35.», Civiltà e imperi del Mediterraneo nell'età di Filippo II, Battaglie navali, scorrerie corsare e politica dello spettacolo: Le Naumachie medicee del 1589, «(...) la flotta granducale [toscana] non aveva potuto partecipare in modo diretto alla spedizione della Lega Santa nel Golfo di Lepanto, a causa del veto posto da Filippo II che non riconosceva la recentissima investitura granducale (1570) ottenuta da Pio V scavalcando l'autorità imperiale. Ed essendo in inferiorità numerica (167-235) tentò di circondarla, utilizzando la tattica navale classica. Con il vento in poppa, assalì da dietro la Capitana (ossia l'ammiraglia) dei Cavalieri di Malta, al cui comando era Pietro Giustiniani, priore dell'Ordine. La vittoria dell'alleanza cristiana non segnò comunque una vera e propria svolta nel processo di contenimento dell'espansionismo turco. 7 ottobre 1571 de Gargiulo, Roberto: ISBN: 9788889199046 sur amazon.fr, des millions de livres livrés chez vous en 1 jour Inoltre vennero liberati 15.000 cristiani dalla schiavitù ai banchi dei remi. La fontana così modificata fu realizzata dal Castiglia e dallo scalpellino Pietro Taccia. Alla sinistra turca, al largo, la situazione era meno cruenta ma un po' più complicata. Gli ottomani infatti riuscirono già nel periodo successivo a incrementare i propri domini, strappando, fra l'altro, alcune isole, come Creta, ai veneziani. La prima azione della battaglia da parte della Lega fu l'ordine di Doria di prendere il largo allontanandosi dal resto della flotta, al vedere ciò Alì Pascià ritenendo che fosse nell'intenzione del Doria abbandonare il campo di battaglia gli fece mandare un tiro di cannone a cui però il Doria non rispose e Giovanni d'Austria vedendo ciò fece rispondere dalla sua galera con un tiro di cannone in segno di accettazione della sfida[31]. Barbero sottolinea infine che quando Uluč Alì si insinuò nel varco aperto fra il corno destro e il centro, il Doria invertì la rotta “col proposito ormai superato dagli eventi di portarsi alle spalle del nemico” ma arrivò tardi per salvare le galere ritardatarie. Si racconta che durante il supplizio il Veneziano continuò fino alla fine a insultare ferocemente i Turchi, a testimonianza del carattere sprezzante e orgoglioso dello stesso Bragadin. L'analisi del comportamento del Doria è ancor oggi oggetto di disputa. Non del tutto comunque, visto che nel regime incostante dei venti che caratterizza il Mediterraneo la galea ha il grande vantaggio quanto meno di poter procedere con velocità a remi nei momenti di bonaccia. Guilmartin, sottolinea come Alì Pascià intendesse aggirare su entrambi i fianchi la flotta della Lega, e come i movimenti delle squadra del Doria e di Uluč Alì verso il mare aperto fossero la conseguenza di questo tentativo. Come base di ricongiungimento dell'armata cristiana era stata scelta Messina, situata in posizione strategica rispetto al teatro delle operazioni. Con lui a bordo Francesco Maria II della Rovere - figlio ed erede del duca Guidobaldo II Della Rovere - Capitano generale degli oltre 2.000 soldati volontari provenienti dal Ducato d'Urbino. Dell'eroico sacrificio del sopracomito Girolamo Bisanti di Cattaro per chiudere la falla aperta dalla manovra di allontanamento del Doria, e del suo equipaggio in massima parte croato e cattarino, interamente sterminato[51], fino alla metà del XIX secolo oggetto di retorica patriottica, ormai si è invece quasi persa memoria[52]. Il 1º agosto Famagosta si era arresa ed era stato raggiunto rapidamente un accordo con Lala Mustafà, il comandante della spedizione ottomana. L'avanguardia, guidata da Giovanni de Cardona si componeva di 8 galee: 4 siciliane e 4 veneziane. La Battaglia di Lepanto domenica 7 ottobre 1571 - Duration: 8:01. In realtà più di un secolo dopo Lepanto i turchi erano ancora sotto le mura di Vienna (1683), mentre Venezia dovette combattere altre lunghe guerre con l'Impero ottomano, perdendo infine il controllo su tutte le isole e i porti che possedeva nel mar Egeo, eccettuate le isole Ionie. Dal canto suo, l'Impero Ottomano, nella persona del sultano, esprimeva all'ambasciatore veneziano a Costantinopoli (presumibilmente un anno dopo Lepanto), le sensazioni della Porta sulla sconfitta: Gli infedeli hanno bruciacchiato la mia barba; crescerà nuovamente.[50]. Per i cristiani gli scontri coinvolsero all'inizio il veneziano Barbarigo, alla guida dell'ala sinistra e posizionato sotto costa. Quando la cristianità respinse l'islam, https://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Battaglia_di_Lepanto&oldid=116445005, Battaglie navali che coinvolgono la Repubblica di Venezia, Battaglie navali che coinvolgono il Regno di Napoli, Battaglie navali che coinvolgono la Repubblica di Genova, Battaglie che coinvolgono la Contea e il Ducato di Savoia, Battaglie che coinvolgono la Contea e il Ducato di Urbino, Battaglie navali che coinvolgono il Granducato di Toscana, Battaglie che coinvolgono i Cavalieri Ospitalieri, Battaglie che coinvolgono lo Stato Pontificio, Battaglie che coinvolgono l'Impero ottomano, Battaglie navali delle guerre turco-veneziane, Voci non biografiche con codici di controllo di autorità, licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo, 28 000 soldati, 12 920 marinai, 43 500 rematori, 34 000 soldati, 13 000 marinai, 41 000 rematori, Da Frè, Giuliano. Va notato che fino al XV secolo, i turchi non avevano vantato particolari attitudini alla vita marinara. I soldati ottomani, e ancor di più quelli barbareschi, preferivano invece indossare armature leggerissime, spesso in cuoio, oppure non indossarle affatto, in modo che se fossero caduti in mare sarebbero stati più liberi nei movimenti. Essendo le galeazze difficilmente abbordabili, sia per la loro notevole altezza e sia per i cannoni disposti a prua, lungo i fianchi e a poppa. Il pezzo era accompagnato da 2-4 pezzi più leggeri, tra cui falconetti a retrocarica utilizzati solo come armi antiuomo. A seguito di questo riarmo la marina turca riacquistò la superiorità numerica nei confronti delle potenze cristiane, ma non riuscì a conquistare una sostanziale supremazia nel Mediterraneo, soprattutto nella sua metà occidentale. La battaglia di Lepanto (Lèpanto; chiamata Nafpaktos [Ναύπακτος] dagli abitanti, Lepanto dai veneziani e İnebahtı in turco), detta anche battaglia delle Echinadi o Curzolari[7], fu uno scontro navale avvenuto il 7 ottobre 1571[8], nel corso della guerra di Cipro, tra le flotte musulmane dell'Impero ottomano e quelle cristiane (federate sotto le insegne pontificie) della Lega Santa che riuniva le forze navali la cui metà era della Repubblica di Venezia[9] da sola e l'altra metà composta congiuntamente dalle galee dell'Impero spagnolo[9] (con il Regno di Napoli e il Regno di Sicilia),[9] dello Stato Pontificio,[9] della Repubblica di Genova,[9] dei Cavalieri di Malta,[9] del Ducato di Savoia,[9] del Granducato di Toscana[9] del Ducato di Urbino, della Repubblica di Lucca (che partecipò all'armamento delle galee genovesi), del Ducato di Ferrara e del Ducato di Mantova. Questo a causa del volere di Filippo II, il quale non voleva che i Veneziani acquisissero troppi vantaggi dalla vittoria, visto che essi erano i più strenui rivali del progetto politico spagnolo di dominio della penisola italiana[49]. A Pavia nella cappella del collegio Ghislieri è conservata un'opera di Lazzaro Baldi dal titolo "La visione di San Pio V", dipinta nel 1673. Lo comandava Don Juan de Austria (Don Giovanni d'Austria) Comandante generale dell'imponente flotta cristiana: ventiquattrenne figlio illegittimo del defunto Carlos I de España (Imperatore Carlo V) e fratellastro del regnante Felipe II de España (Filippo II) aveva già dato ottima prova di sé nel 1568 contro i corsari barbareschi. Si tenga presente che la forza combattente non era distribuita in modo omogeneo; in particolare, le galere veneziane, che costituivano oltre la metà dell'intera flotta, imbarcavano mediamente la metà dei soldati rispetto alle galere ponentine. Per quel che riguarda le armi di piccolo calibro, all'importanza della gittata è lecito pensare che si debba sostituire la capacità di penetrazione delle protezioni individuali nemiche, l'abilità nella mira e la velocità di ricarica del soldato. "«...Andate, monsignore, non è tempo di altri affari: ringraziatene Iddio che l'armata nostra, affrontatasi con la nemica, ha guadagnato la vittoria...» v. A. Guglielmotti, I Veneziani avevano potuto misurare l'ostilità spagnola nei loro confronti anche durante la, La citazione viene dal volume di Carlo Maria Cipolla. Al terzo assalto i sardi arrivarono a poppa. Più volte le truppe cristiane dimostrarono gran coraggio: l'equipaggio della galera toscana Fiorenza dell'Ordine di Santo Stefano fu quasi interamente ucciso, eccetto il suo comandante Tommaso de' Medici con quindici uomini. Barbero cita anche il giudizio di Bartolomeo Sereno[38] secondo il quale Doria aveva fatto bene ad allargarsi per evitare di essere aggirato dalla numericamente superiore squadra di Uluč Alì. Si noti che i principali Stati d'Italia e le più grandi potenze europee dell'epoca, come ad esempio la Spagna, avevano dovuto coalizzarsi per poter sperare di battere l'Impero ottomano, allora all'apice della sua potenza. Il sultano si sentì dunque legittimato a rivendicare il controllo di Cipro, giovandosi, fra l'altro, del favore con cui auspicava sarebbe stata accolta la dominazione turca dalla popolazione locale, che rimproverava ai veneziani un'eccessiva ingerenza e un troppo duro sfruttamento. La bandiera della nave ammiraglia turca di Alì Pascià, presa da due navi dei Cavalieri di Santo Stefano, la "Capitana" e la "Grifona", si trova a Pisa, in quella che era la chiesa di quell'ordine[43]. Tuttavia, sempre secondo quanto scrive Barbero, “almeno qualche testimone attribuisce a Gianandrea motivazioni più nobili”. Con queste catene furono costruite le cancellate davanti agli altari delle cappelle. Giovanni Andrea Doria infatti, a un certo momento della battaglia, cominciò una manovra di allargamento verso il mare aperto del corno al suo comando, in reazione a un'analoga manovra del corno sinistro della flotta ottomana, che minacciava di aggiramento il resto della flotta cristiana. da AB. Non solo: l'esercito cristiano non riconquistò neppure l'isola di Cipro, che era caduta da appena due mesi in possesso ottomano. L'Europa non divenne musulmana #MiL #Messainlatino In una lettera scritta da Messina l'8 novembre 1571[37], don Luis Requesens informò Filippo II di aver parlato col Doria poco prima dell'inizio della battaglia. Il supplizio e la morte di Bragadin vanno inquadrati nel solco di quei principi in materia penale che all'epoca, tanto in oriente quanto in occidente, contemplavano torture e sanzioni punitive particolarmente cruente e spietate. Nell'animazione del momento, Giovanni d'Austria, ordinando di dare fiato alle trombe, sulla piazza d'armi della sua galera, con due cavalieri si mise a ballare a vista di tutta l'armata una concitata danza, chiamata dagli Spagnoli la gagliarda[30]. Pare che Doria non abbia notato subito questa mossa, forse perché l'avversario si muoveva nascosto da una coltre di fumo, ma quando capì quanto stava per accadere reagì rapidamente: virò in direzione est e si diresse verso il nemico. Qui, a partire dal luglio 1571, dopo mesi di difficoltose trattative, si incontrarono le flotte alleate. Le spalle dello schieramento erano coperte dalle 30 galee di Alvaro de Bazan di Santa Cruz: 13 spagnole e napoletane, 12 veneziane, 3 toscane sotto le insegne pontificie, 2 genovesi. Le linee in realtà possono trarre in inganno chi non le conosce, facendole confondere con vascelli da carico: cosa che tra l'altro capitò ai turchi. A Roma, Pio V commissionò numerosissime rappresentazioni della vittoria, tra cui quella affrescata dal Vasari nella Sala Regia dei Musei Vaticani, da cui derivano numerose altre rappresentazioni (ad esempio gli affreschi di palazzo Spada a Terni). Nel 1632 per volontà del duca Filippo Colonna fu realizzata a Marino (Rm) la fontana cosiddetta "dei quattro Mori". Oltre la Capitana di Malta, anche la Fiorenza e la San Giovanni (galere toscane della flotta papale), e la Piemontesa (della squadra sabauda), circondate da un nugolo di galere turchesche, caddero nelle mani di Uluč Alì. Le prime iconografie vennero elaborate a Venezia e a Roma, ma ovunque in Italia e in Europa sono le raffigurazioni, spesso per iniziativa e ringraziamento religioso dei singoli reduci. A chi faceva “maliziosamente notare che la galera del Doria non aveva subito troppi danni durante la battaglia” don Luis replicava “che non si può morire a dispetto di Dio”,[36] ovvero che non si devono necessariamente sostenere perdite consistenti in una vittoria, anzi. Il centro dello schieramento cristiano cattolico si componeva di 28 Galee e 2 galeazze veneziane, 15 galee spagnole e napoletane, 8 galee genovesi, 7 galee toscane sotto le insegne pontificie, 3 maltesi, 1 sabauda, per un totale di 62 galee e 2 galeazze. La stessa galea di Barbarigo diventò teatro di un'epica battaglia nella battaglia con almeno due capovolgimenti di fronte all'infuriare della quale il Barbarigo si alzò la celata dell'elmo per poter impartire gli ordini con più libertà quando fu colpito a un occhio da una freccia nemica[33]. La flotta ottomana, inoltre, era munita di minore artiglieria rispetto a quella cristiana: circa 180 pezzi di grosso e medio calibro e meno della metà degli oltre 2.700 pezzi di piccolo calibro imbarcati dal nemico[27]. La manovra del Doria aprì un varco fra il centro e il suo corno del quale approfittò rapidamente il suo diretto avversario. Il comandante aveva inoltre deciso di togliervi un gran numero di spadaccini e sostituirli con archibugieri, i quali crearono subito gravi danni alla flotta turca. Quando i legni giunsero a tiro di cannone delle galeazze i cristiani ammainarono tutte le loro bandiere e Don Giovanni innalzò lo stendardo di Lepanto con l'immagine del Redentore crocifisso. Il numero delle imbarcazioni impegnate nel combattimento su entrambi i fronti come il numero degli uomini combattenti e al remo dall'una e dall'altra parte varia, anche se non in maniera determinante, a seconda delle fonti.

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