cristo in pietà e un angelo

[...] Qui la figura del Cristo e il suo volto, aiutati dal sapiente uso dei colori spenti e all'atmosfera desolata dell'ambiente giungono, senza incertezze, al capolavoro assoluto. La scena è ambientata all’interno di un … Segui quindi la playlist per non perderti mai nulla e lascia un commento sotto ai video in cui puoi tu stesso suggerirci opere oppure nuovi temi da trattare in futuro. Questa pagina è stata modificata per l'ultima volta il 6 mag 2017 alle 19:49. – 1479), conservato presso il Museo Museo del Prado di Madrid (Spagna). L'audioquadro è un nuovo modo per conoscere i più grandi capolavori della storia dell'arte. La scena si svolge lungo una breve scalinata, la Scala santa[8], con gradini di pietra rosata, conducente a un portale dietro al quale, nell'oscurità, si intravede un ambiente chiuso coperto da volte. Joseph Archer Crowe, Giovanni Battista Cavalcaselle, pag. Qui Moretto ci ha espresso e indicato il suo vero animo, la profondità sublime della sua meditazione. Lo sforzo della critica a comprendere appieno questa singolare opera del Moretto trovò esiti sempre più convincenti dopo il discorso di Michele Biancale nel 1914. Scopri i capolavori delle collezioni con i percorsi e le playlist pensati per te, scarica la App e inizia la tua visita su app.lacarrara.it. In cosa ti ho contrariato? In questa ottica il dipinto del Moretto appare come una delle prime testimonianze dell'arte soggetta ai nuovi canoni del Concilio di Trento[9]. La croce in primo piano, con una forzatura coraggiosissima, isola la rannicchiata figura del Cristo definendola nel vuoto della scala e nello stesso tempo supera, portandoci immediatamente al fondo, il lento scandire ritmico delle ombre trasverse dei gradini. L'opera completa http://amzn.to/2j8KkgW➡ Antonello da Messina. Poveri gli uni, scheletrica l'altra; una scheletricità così assoluta che potrebbe sembrare preziosa se non si trattasse del Moretto. Pietro da Ponte rilanciò gli apprezzamenti del Cavalcaselle nel 1898, stabilendo analogie con il Cristo alla colonna nel Museo di Capodimonte a Napoli e osservando che "l'intonazione grigia e bassa del dipinto par che accresca la tristezza della scena, espressa con sentimento di singolare devozione"[11]. In un capitolo dell'opera, l'autore invita il lettore a immaginare di essere in una stanza al cospetto di un angelo consolatore e che, in un angolo, vi sia l'immagine del Cristo "sputazzato, flagellato, coronato, con li chiodi ne le mani et piedi, et tutto lacerato et vituperato"[7][16]. Responde mihi" (Popolo mio, che ti ho fatto? [...] Non si può dimenticare questo volto e questo sguardo di Gesù. Il tono generale della raffigurazione è grigio e cupo, con una cromia ridotta che affonda le radici nella tradizione lombarda di Vincenzo Foppa, di cui Moretto fu una sorta di ultimo erede. La Carrara chiude temporaneamente al pubblico, a seguito dei provvedimenti adottati dal Governo per contrastare l'emergenza Covid-19, ma è visitabile da casa. La tela, collocabile agli ultimi anni di vita del Moretto, si pone ad un livello complessivamente molto alto e del tutto singolare rispetto all'intera produzione artistica del pittore, sebbene l'uso dei colori e delle ombre rientri del tutto nella sua tecnica formale[2]. [...] Ma il quadro è tanto potente e chiaro nei suoi valori, diciamo, letterari tanto è semplice nella sua costruzione cromatica e compositiva. Ed anche la contestura cromatica esalta, nella sua modulazione di accordi stridenti, questa semplicità affettiva e narrativa dell'opera". Il pittore seppe unire la resa minuziosa della realtà, tipica dell’arte nord europea, con il trattamento monumentale dell’anatomia e una preoccupazione per il volume e la prospettiva caratteristiche dell’arte italiana.Il video inoltre è sottotitolato in italiano, inglese, francese e spagnolo. Per quanto riguarda le fonti scritte che possono aver ispirato il Moretto alla genesi dell'opera, il Guazzoni segnalò l'Arte de l'Unione, operetta di Giovanni da Fano pubblicata a Brescia nel 1546 e ristampata nel 1548, il cui tema è l'applicazione dell'orazione mentale durante l'esame di coscienza. In Cristo in Pietà non c’è Maria ma al suo posto c’è l’angelo che sostiene Cristo ormai morto, pronto ad essere portato al sepolcro. Prosegue il critico: "non che questa tela manchi di pathos né di avvincente interesse umano, solo che qui la tragedia non erompe con grida, non urla, non si srotola monotona con singhiozzi repressi e continui come accade nella realtà umana. Tra le mani legate regge una lunga canna, appoggiata poi sulla spalla, forse un'allusione alla flagellazione appena conclusa. Giovanni Vezzoli, nell'introduzione alla monografia sul Moretto di Pier Virgilio Begni Redona del 1981, nota che "sono eliminati tutti i personaggi e gli elementi superflui: paesaggio, effetti di luce, flagelli. Ritratto d'uomo http://amzn.to/2eJHWb8➡ Antonello da Messina. Innanzi tutto, il critico osservò come Lanzi fosse stato "l'unico dei tanti elogiatori supini del Moretto ad aver compreso la sua maniera, laddove parla di un vivace giuoco di bianco e di nero e di masse di colore piccole ma ben fuse come di qualità peculiari del Moretto". Author: Pittore lombardo: Personal details: seconda metà del 1500: Title: Cristo in pietà sorretto dalla Madonna e da un angelo: Dating: 1590-1599: Origin: collezione Giacomo Carrara, 1796 Il quadro appare appunto conturbante perché è come è, cioè aperto, spalancato, semplice senza intenzioni allegoriche. Dietro di lui, un angelo in piedi sull'ultimo gradino regge la veste bianca di Cristo ed ha un volto piangente, mentre Gesù ha lo sguardo carico di pathos rivolto direttamente all'osservatore. Forse a questo mirava, questo si proponeva il Moretto con tale quadro, che forse ci dà piena e compiuta non solo l'arte ma anche l'anima del pittore"[1]. Ho notato la costanza del Moretto nel rappresentare più volte un medesimo personaggio; ma qui abbiamo dinnanzi uno stesso modello con la stessa interpretazione, eppure non copiato, e questo parmi eccezionale. L'audioquadro è un nuovo modo per conoscere i più grandi capolavori della storia dell'arte. Le porte virtuali del Museo sono aperte con l’App La Carrara, disponibile gratuitamente da App Store e Google Play. Joseph Archer Crowe e Giovanni Battista Cavalcaselle inaugurarono la critica moderna nel 1871, dando all'opera una valutazione molto positiva ed evidenziando sia la carica sentimentale delle figure, sia la loro bellezza[3][10]. Gli artisti che come i bresciani possono comporre un quadro o dipingere un ritratto con due tinte debbono essere sapienti in quella che è l'arte del chiaroscuro; debbono dare un valore straordinario all'ombra e alla luce e alla loro intensità in una materia colorante. Le sofferenze di Cristo, come i piccoli rivoli di sangue che gli solcano la fronte, piccoli lampi di colore nella generale cromia spenta, simboleggiano probabilmente le sofferenze arrecate dallo "scisma" tra i cristiani, così come il soggetto rimanda al concetto controriformistico della "solitudine" di Cristo, intesa come drammatico abbandono da parte dell'uomo nelle recenti vicende. Gesù Cristo in pietà sorretto da un angelo, detto anche Pietà con un angelo, è un dipinto, eseguito tra il 1475 ed il 1476, ad olio su tavola, attribuito ad Antonio di Giovanni detto Antonello da Messina (1430 ca. Aut in quo contristavi te? Continua la scoperta dei capolavori della Carrara seguendo i nostri canali social e dall’App La Carrara. Cristo è solo, basta la sua persona con le striature rosse e i lividi dei flagelli e delle percosse per riassumere le sue sofferenze. La collocazione cronologica dell'opera al 1550 circa, sebbene non confermata, è accolta da tutti gli autori della critica moderna, ma già la critica antica assegnava il dipinto all'ultimo periodo di attività del pittore[7]. [...] Indefinite questo principio e si spiegherà il monocromato del Moretto nell'Angelo ed il Cristo [...]. Tutta l'immagine è sapientemente costruita per fare appello al fedele e l'angelo che spiega la tunica macchiata di sangue ha la funzione di indicare e commentare piangendo la figura di Cristo in primo piano. Qui vi parlerò di Cristo in pietà e un angelo di Antonello da Messina ▼▼CONTINUA SOTTO▼▼Questa straordinaria opera risale all’ultimo periodo di Antonello, quando attorno al 1476 fece ritorno a Messina, città che l’artista rende visibile nel bel paesaggio verdeggiante sullo sfondo del dipinto. Nel dipinto Cristo in pietà sorretto da tre angeli, Gesù è morto. Author: Palma il Giovane (Jacopo Negretti), bottega di: Personal details: Venezia 1548 circa - 1628: Title: Cristo in pietà sorretto da un angelo: Dating Il dipinto rimase in questa collocazione fino al 1850 circa, quando venne infine trasferito nella Pinacoteca Tosio Martinengo dove si trova tuttora[3]. Lo studioso si mostrò comunque capace di capire il valore di questa intonazione e l'importanza che assumerà negli sviluppi futuri dell'arte, indicando il Moretto "per qualche lieve elemento" il precursore di Paolo Veronese. La luce proveniente da sinistra è altrettanto fredda e incede soprattutto la figura di Cristo e il pilastro dietro di lui, lasciando in ombra o in mezza luce tutto il resto, compreso il locale sullo sfondo, che è quasi completamente al buio[9]. 24121 – Bergamo Il crocifisso ligneo, prefigurazione dell'imminente sacrificio, è abbandonato sulla scala davanti alle due figure, con un notevole artificio prospettico[9]. Il dipinto fu restaurato una prima volta nel 1914: durante l'operazione venne asportata una striscia marginale a sinistra, ritenuta un'aggiunta posteriore. Il Cristo in pietà e un angelo, o più semplicemente Pietà, è un dipinto a olio su tavola (74×51 cm) di Antonello da Messina, databile al 1476-1478 circa e conservato nel Museo del Prado di Madrid. Lo studioso si soffermò comunque anche sui valori formali, parlando di un "colorito foppesco che si raffredda e tinge di scuro fino a farsi plumbeo" e facendo notare le cromie dal tono complessivamente discordante: "il rosa biondo dei gradini stride sulla nota grigio plumbea delle muraglie; e stride la veste marrone oro dell'angelo con le ali di un pallido rosa argenteo e con le giallognole luci del corpo di Cristo: i colori come voci che si urtano nello spazio aumentano l'oppressione del lugubre effetto"[13][14]. Joseph Archer Crowe, Giovanni Battista Cavalcaselle. Rispondimi), come canta la Chiesa nella liturgia della Passione. +39 035 234396 Cristo e l'angelo è un dipinto a olio su tela (209x126 cm) del Moretto, databile al 1550 circa e conservato nella Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia.. L'opera è stata giudicata come il capolavoro assoluto del pittore e la meglio riuscita sotto ogni aspetto: composizione, valori formali, uso delle cromie, interpretazione del tema e contesto della figurazione. Qui è riuscito a tanto, solo perché nella sua coscienza aveva penetrata e fatta sua la Passione di Cristo. Tutti questi sono elementi di altissimo gusto seicentesco[13][15]. [...] Anche in questa opera, che pur sembra nella sua semplicità e nella sua, se così si può dire, serenità pienamente rinascimentale, il Seicento trionfa come in poche altre. L'analisi di Valerio Guazzoni, condotta a più riprese in una serie di interventi dal 1981 al 1986, mirò a individuare le fonti di ispirazione dell'opera, trovandole nella letteratura devozionale e nelle pratiche di pietà dell'epoca, il tutto consueto ai gruppi religiosi della Brescia del Cinquecento: sebbene non siano noti documenti d'archivio, infatti, a causa della sua originaria collocazione la commissione della tela è da attribuire con sicurezza alla Compagnia delle Santissime Croci. La grande camicia diventa il terzo personaggio del dramma, e sembra con quel gran iato al collo, così ombroso nel bianco argenteo rosastro, con quel suo piegone traverso che par continui oltre la figura del Cristo nel suo perizoma, con quel cadere inerte della manica, il personaggio più tragico e doloroso. 415, https://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Cristo_e_l%27angelo&oldid=87482143, Dipinti nella Pinacoteca Tosio Martinengo, licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo. Il tema dell'opera è propriamente un "Ecce Homo", cioè la raffigurazione del Cristo flagellato prossimo alla crocifissione. Adolfo Venturi, nel 1929, colse prima di tutto l'atmosfera del dramma religioso espresso: "Cristo siede sopra un gradino, la canna tra le braccia legate, lo sguardo smarrito, in un mortale abbandono. L’angelo piange come un bambino e Cristo ha l’evidenza di un corpo vero, con il polso slogato e piegato, la ferita con il sangue che ancora sgorga, il viso scavato, la … L'angelo può essere benissimo un fratello misericordioso che gli porta una briciola di solidarietà umana. "Invero" prosegue "il quadro, meno che per l'elemento cinereo dominante, è pregevolissimo: non si può ascriver quindi tal dissonanza se non al fatto che il lavoro non sia stato terminato". La croce distesa a terra lo attende all'ultimo supplizio; e l'angiolo che svela Cristo sta per scoppiare in pianto". Ai piedi di Gesù la croce dice che cosa l'attende. L'opera è stata giudicata come il capolavoro assoluto del pittore e la meglio riuscita sotto ogni aspetto: composizione, valori formali, uso delle cromie, interpretazione del tema e contesto della figurazione[1]. "Diversamente da altre opere del pittore", osserva il critico, "nel Cristo e l'angelo il devoto non è presente di persona, ma la sua presenza è implicita nel modo in cui Cristo gli si rivolge con lo sguardo carico di dolore. In maniera semplice e in pochi minuti. "La figura del Redentore", scrisse, "è identica a quella di Napoli, sebbene seduta sui gradi d'una scala, mentre lì, come d'ordinario, è in piedi. The Accademia Carrara is temporarily closed to the public, in compliance with the measures taken by the Government to combat the Covid-19 emergency. Il divaricarsi spezzato delle gambe del Cristo, opponendosi alla luce laterale, crea sul biondo rosa dei gradini una croce ben più tragica di ombre. Qui Gesù, con questo suo indimenticabile sguardo, ripete al popolo cristiano, con la vista di quanto ha subito fino lì e di quanto dovrà subire ancora: "Popule meus, quid feci tibi? L'opera è da identificare con il dipinto visto da Bernardino Faino nel 1630 "nella Capella della Santissima Croce d'oro et fiamma" in Duomo vecchio a Brescia, cioè nella cappella delle Santissime Croci, dove è appunto custodita la croce detta dell'Orifiamma come pezzo del tesoro delle Sante Croci. Gesù, di un pallore mortale, si trova accovacciato sugli ultimi gradini, con la schiena appoggiata al parapetto e la corona di spine in testa: il rarissimo tema iconografico si prefiggeva infatti di raccontare il momento subito dopo la derisione e l'incoronazione di spine[9]. In maniera semplice e in pochi minuti. E questo sguardo costringe veramente a una risposta. La stessa interpretazione, non la stessa fattura, in quanto che il misterioso Gesù a cui l'angelo reca piangendo non so che plumbeo camice, come volesse coprirne la nudità, quasi invece di Cristo avessimo davanti a noi il patriarca Noè e, invece dell'angelo, Sem o Japhet, il misterioso Gesù, dicevo, è tutto grigio, a semplice chiaroscuro". Per i sottotitoli in lingua straniera puoi contribuire anche tu! Il Faino ne fa anche una descrizione, confermando che si tratta proprio del dipinto in questione: "vi è un quadro a olio sopra l'altare di detta Capella di mediocre grandezza, dove vi è dipinto un Christo ignudo prostrato a terra con un Angelo in piedi con la veste sostenuta con ambo le mani, pittura del Moretto ben fatta"[3][4]. Un pover'uomo piegato, rassegnato, umiliato dalla sua solitudine e dal suo dolore, questo e nient'altro. Avviso importante: Il museo è temporaneamente chiuso, fino al 3 dicembre 2020. Il suo corpo, accasciato sul sarcofago, è stato appena deposto dalla Croce. Camillo Boselli, nel 1954, osservò come nel Moretto emerga sempre il suo naturalismo, "il suo desiderio di ritrarre la cronaca quotidiana, di risolvere in semplicità di pensiero fatti immensi e incomprensibili nella loro realtà". Persino la gamma del Moretto diventerà tipica, non solo di Giovan Battista Moroni, ma persino degli artisti lombardi posteriori: i suoi bigi monacali, i marroni terrosi, i gialloni dissepolti sono le filtrazioni estreme della sua tavolozza che aveva scarsamente conosciuto l'azzurro, il viola, il giallo e lo scarlatto"[2][3][13]. Cristo e l'angelo è un dipinto a olio su tela (209x126 cm) del Moretto, databile al 1550 circa e conservato nella Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia. Piazza G. Carrara, 82 Anche Ugo Fleres, nel 1899, fece notare l'affinità tra i due dipinti muovendosi dalle considerazioni del Da Ponte, ma si dichiarò sorpreso nei confronti del Cristo di Brescia, colpito dalla singolarità del tema e ammettendo, in verità, di non intenderne precisamente il significato. Le figure stesse sembrano essere messe a fuoco attraverso un processo di concentrazione psichica e grandeggiano rischiarate da una luminosità interna che lascia ai margini strisce d'ombra insistente"[7][13][16].

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