frosinone calcutta significato

E dire che non chiedevo nulla di che. Trentacinque anni dopo, persino un modesto appartamento in cui vivere una notte d’amore si trasforma in un’insidia, non riconosciamo le pareti e i nomi sul citofono, il pavimento diventa un terreno minato dove ogni passo può far collassare le proprie buone intenzioni rattrappite. Apri un sito e guadagna con Altervista - Disclaimer - Segnala abuso - Privacy Policy - Personalizza tracciamento pubblicitario, DIAPASONE 200mg – Canzoni compresse orosolubili. Ma Motta è più freddo, si fotografa già in uno stadio successivo, già operativo, in cui “non ho tempo di pensare a cosa è cambiato”, mentre “Frosinone” è ancora ‘dentro’ il casino, una documentazione infuocata dell’archetipo del disastro. “Frosinone – Live” è una canzone di Calcutta. Un film a caso – L’ultimo dei Mohicani – di cui non si conosce il regista, come a rimarcare con una punta di veleno l’insofferenza per lo snobismo di chi deve associare per forza un autore a un’opera (e chissà che non sia proprio lei e la sua sotterranea saccenza ad avergli ispirato questo commento). Dal micro scommetteva sul cosmico. © 2020 Riproduzione riservata. Davanti a un cartone unto, è già tempo di autoanalisi, ripensando a “un paio di sbagli” commessi durante la serata. Questa estetica del disincanto, che si tramuta ad intermittenza in rabbia e in cinismo, si rafforza attorno all’idea che mentre noi periamo in questo quotidiano, esso sia stato invaso – per nostra stessa responsabilità – da una sovrabbondanza di riferimenti, personali e pubblici, ciascuno tramutatosi in un ingorgo di senso, deformato al limite dell’assurdo, al punto da diventare inspiegabile, da non crederci. Tipo 31 canzoni di NIck Hornby, ma scritto 31 volte peggio. Mainstream è fitto di questi riferimenti velenosi a chi fa sfoggio del proprio sapere, salvo poi cadere in scelte di vita al limite dell’ipocrisia, una popolazione cresciuta a “taranta, celestini e BMW” che viene, con queste canzoni, investita da una valanga di disprezzo (e qui, certamente, c’è un altro punto focale dell’identificazione col suo pubblico). Policy uso immagini. Non viene fuori una crisi esistenziale o la disperazione di un amore, un ‘giuro che mi sbronzerò tutte le sere per dimenticarti o ricordarti come non eri’, ma un proposito da cui ci aspetteremmo il conforto della routine domestica: tornare a casa a guardarsi un film. È per questa ragione, ipotizzo, che le canzoni di Calcutta sono ricche di riferimenti a nomi propri di celebrità (De Gregori e Celestini, “Limonata”) come di precise topografie che possono essere ‘storiche’ nella canzone italiana (“Milano”) o assolutamente inedite (Peschiera del Garda in “Le barche”, Pesaro in “Cosa mi manchi a fare”). Il mio errore era soffermarmi sul grado di sofisticazione di quanto stessi ascoltando, ignorando un livello altro della questione: che Mainstream fosse in grado di tratteggiare, in pochi minuti e con un approccio molto diretto, un personaggio protagonista peculiare, da detestare ed adorare al contempo. Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali CreditsWriter(s): Edoardo D'erme Che sia in questo stato per scelta o per necessità, non è rilevante (“questa è la mia libertà” è un’affermazione che sembra avere un duplice significato, se ci si vuole leggere dell’ironia). Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non Dopo la solitudine lo smarrimento, e il quotidiano spicciolo come palcoscenico di una relazione che procede a fatica (Ti chiedo scusa per l’appartamento e la rabbia che mi fa / Non ho lavato i piatti con lo Svelto, è questa la mia libertà). Tra queste forme di contrasto radicale, una delle più forti sembra essere la coazione a ripetere gesti che egli stesso non si risparmia dal giudicare, ma dei quali non è in grado di fare a meno, in una tipica forma di dipendenza cosciente e autocompiaciuta. Pochi mesi dopo, mi sono ritrovato assediato da intere strofe di Mainstream, sedimentatesi dentro senza nemmeno accorgermi della loro fermentazione. In “Frosinone” questo processo viene esplicitato: per giustificare agli occhi di lei il fatto che (lui) non è più come tanti anni fa, e che il tempo passa e quell’idea mitica di ciò che è stato si è stemperata tra le difficoltà del vivere odierno, interrompe il racconto con un’estrapolazione da un quotidiano, un’operazione alla “A day in the Life” dei Beatles: “c’è Papa Francesco e il Frosinone in Serie A”, ed è questo un fatto che deve sembrare pressoché inverosimile, dato il contesto, data la provenienza del protagonista da Latina. Ero sul punto di trasformare questa nottata in uno zenit amoroso, avremmo fatto un figlio insieme, come i protagonisti di “Futura” di Lucio Dalla concepiscono un bimbo come antidoto alla Guerra Fredda, e la vita, probabilmente, sarebbe cambiata per sempre. Lui è arrivato lì già in stato ansiogeno (“vado di corsa e non so perché”) e ora si visualizza nell’atto di deflagrare (“mi giro a guardare se perdo parti di me”). I miei sono solo tentativi di capire perché questo ascolto non lasci indifferenti. Su Rockol trovi tutto sui tuoi artisti preferiti: Lyrics, testi, video, foto e molto altro. Una ristrutturazione del loser, per i detrattori, di quelli urtanti, poiché non facili da integrare nel flusso, da utilizzare nelle serate tra amici come spalla comica. Ecco il testo di Frosinone di Calcutta tratto da Mainstream su Rockol.it. È nel pieno di un nomadismo notturno solitario, senza amici o compagnie. cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge Quando meno te l’aspetti ha già cambiato la prospettiva dal personale al dominio comune (E stanotte se ci va / Noi a questa America daremo un figlio / Che morirà in jihad / Ti chiedo scusa se non è lo stesso di tanti anni fa / Leggo il giornale e c’è papa Francesco / E il Frosinone in serie A). Poi, con una giravolta lirica di geniale intuito, Calcutta combina la prima metà del primo verso e la seconda del secondo. con la voce che dal suo exploit di livore è già rientrata in un tono intimo, affannato, come se questa frase l’avesse detta a se stesso, constatando lo sfacelo finale. Il punto, secondo me, è che va a casa a guardarlo piuttosto che fare qualcos’altro, in un tragitto di fuga o di ritirata. Come se il punto d’arrivo massimo, oggi, corrispondesse all’elemento minimo su cui siamo stati formati, il mattone come valore essenziale, il focolare domestico come miraggio di serenità e senso di ‘raggiungimento dell’obiettivo’, un traguardo sempre più pulviscolare, arduo da raggiungere, quasi impossibile. Il risultato è l’apice della disperazione: Io ti giuro che torno a casa e non so di chi. Non solo: ha plagiato una comunità che non sapeva di esistere. E sotto una coltre di paraculismo di difesa, perdersi l’occasione di vedere il ‘segreto’ reale del personaggio cantato da Calcutta: che sia uno degli ultimi custodi di un’immagine pura e idealizzata del sentimento, al raro stadio del diamante grezzo, prima che esso, tra le macerie di un vivere imbruttito, si tramuti in disperazione cronica. Calcutta, il disagio di un cantautore venuto da Latina: "Volevo fare un disco mainstream" Gianni Santoro Edoardo D'Erme ha 26 anni e arriva dai confini dell'Impero romano. È un lui in balia di se stesso, guidato da un’idea ‘pura’ di sentimento che fa a botte con lo sfacelo del suo stare in piedi. sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri Questa tendenza è operata in buonissima fede – quell’ossessione per la folgorazione da sentimento “puro” di cui ho già parlato – ma i suoi effetti sono devastanti. Su queste basi, a questo punto, l’insicurezza si trasforma in rabbia, espressa sotto forma di minaccia: me ne ritorno a casa e mi metto a fare la cosa più banale, ma forse anche più tristemente quotidiana che potrei fare, ossia guardarmi un film. Allo stesso tempo, eccomi in tutta la mia verità, nel ribadirti che questo sono io, libero dai vincoli che una vita ‘normale’ mi imporrebbe, nei quali comunque non riuscirei ad adattarmi. La mia amica cantava strillando di “fiamme nel campo rom” e non me ne capacitavo. Un cartoon fitto di idiosincrasie e bizzarrie, piuttosto atipico nel panorama italiano, ma insieme in grado di incanalare questo denso collage di contraddizioni in un urlo corale. Saremmo diventati normali. Sempre su invito della mia amica, ho assistito a due suoi concerti in pochi mesi, rimanendo inutilmente scioccato dalla reazione del pubblico, travolto da un singalong vicino al tributo, un ininterrotto canto all’unisono al limite della raucedine – e il rauco, in Mainstream, è un tratto stilistico carico di significato. Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di Un’amica del cui gusto non ho mai dubitato mi mette davanti, in preda a un entusiasmo non comune, il brevissimo album di Calcutta, Mainstream, del quale ignoravo l’esistenza. Lyrics powered by www.musixmatch.com E invece, è andata male, come al solito, ho combinato un casino e tu sei stata stronza. Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice. e, in generale, quelle libere da diritti. Lei, ci dice lo stesso protagonista, è più probabilmente un incontro di qualche anno prima, ai tempi in cui l’età era più clemente sul corpo e i segni dell’autodevastazione non erano così evidenti. “Ho visto troppa gente in questi sette anni / per scegliere qualcuno ci ho messo dieci secondi” dichiara Motta in “La fine dei vent’anni“, ed è un punto di contatto forte con il momento di lucidità di Calcutta in “Frosinone”. fotografi dei quali viene riportato il copyright. Calcutta è già ‘un autore’, nel bene e nel male. Invece che deprimersi, si è costruito una formidabile corazza sarcastica per mantenere un’immagine decorosa del sé, per sentirsi ugualmente presente. C’è uno che mangia una pizza di notte, ripensa ad alcuni sbagli, e sta per raggiungere una donna. A passare dal “futuro” alla città di “Frosinone” si scala il contesto vertiginosamente, e allora lo scenario del fallimento si popola di case e appartamenti, tinelli zozzi e serie tv che scorrono ininterrotte su schermi accesi all’infinito. Che è rabbiosa, ossessivo-compulsiva e disperata, ma di una disperazione autolesionista, quasi come una minaccia nei confronti dell’altro che l’ha messo in difficoltà. Frosinone, brano che occupa una posizione centrale in Mainstream, coglie questo personaggio nel mentre di una situazione che si potrebbe definire, in Calcutta, tipica. Uno che all’improvviso si mette a strillare e fa scenate, prima di ripiombare nel suo turbinio interiore senza consentire a nessuno di inserirsi nei suoi spiragli di lucidità. Non ho riferimenti per dedurre che cosa è realmente successo, ma posso immaginare che la miccia scatenante di questa reazione sia che lei deve avergli fatto presente, magari con qualche commento o con un’antipatica freddezza, il suo disagio per l’appartamento o peggio per alcuni suoi atteggiamenti, magari un po’ alterati. La precisazione sul suo gusto è necessaria: dopo il primo ascolto ero invaso dallo scetticismo, certi versi mi sembravano volersi arruffianare l’ascoltatore, in una specie di indulgenza compiaciuta verso un’estetica che, all’epoca, mi parve avere a che fare con un generico disagio. E’ la destinataria delle sue parole, anche se i punti di riferimento che ci consentono di affermarlo non sono ovunque così certi. Probabilmente dà più gusto ricevere tutto ciò alla sprovvista, farci trovare dove siamo prima che la ragione ci porti da un’altra parte. Questa cronistoria di un fallimento, dissacrante e tremenda contemporaneamente, penso sia l’espressione più efficace della forza d’urto che Calcutta, venuto fuori un po’ dal nulla, ha avuto sulla scena della canzone italiana a partire dal 2015. L’aspetto della composizione mi suonava palesemente elementare, quasi uno scherno. Frosinone – Live Lyrics. Oggi non ha più molto senso fare gli astanti sconcertati, quelli che non si spiegano il successo di una costruzione musicale tanto ‘banale’ e di uno stile lirico ‘pretestuoso’. Naturalmente mi sbagliavo alla grande. Il Dalla ottimista visualizzava, nella minaccia nucleare globale, la nascita di una famiglia come compimento dell’essere umano. Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Una scheggia impazzita di verità in un mare di comportamenti mediocri. Link, © 2020 Riproduzione riservata. contenuti informativi. Frosinone, una topografia mai vista prima nel canzoniere italiano, diventa luogo-simbolo di questo senso di inadeguatezza personale: persino una cittadina mai centrale nel pallottoliere calcistico nazionale è riuscita ad avere una sua rivalsa, e il solo dirlo suona strano e bizzarro, ma a un livello più profondo è ugualmente un’altra forma di ferita. valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata pubblicazione, ignoto. Era la fine del 2015 e oggi mi sembra un’eternità fa. password. Ti chiedo scusa per l’appartamento e la rabbia che mi fa, Non ho lavato i piatti con lo Svelto e questa è la mia libertà. Mentre parafraso queste parole, sento che questo è il ‘cuore’ dell’identificazione della canzone di Calcutta con il suo pubblico: l’aver colto il senso di insoddisfazione per il punto a cui si è arrivati – o più che altro per ciò che non si è raggiunto – e al tempo stesso difenderne il processo, perché più di questo, in questo vivere davvero stremante, non siamo riusciti a fare, ma noi ci siamo ugualmente, l’urlo c’è sempre, è strozzato e un po’ stonato, ma è roboante. Calcutta frosinone significato Calcutta, il disagio di un cantautore venuto da Latina . E non conoscevo l’esistenza di “Forse…“. Calcutta dà corpo a questa sensazione completamente innervata nella contraddizione con una coppia di versi che sento straordinariamente crudeli. In questo momento è già nitido un tratto distintivo del personaggio cantato da Calcutta, cioè il suo avvilupparsi attorno a un gioco di contraddizioni esplosivo, fondamentale per capirne la capacità di identificazione da parte di chi lo ascolta. Inserisci l'indirizzo e-mail fornito in fase di registrazione e richiedi il reset della Non solo: a storcere la bocca, si rischia di lasciarsi sfuggire una delle più efficaci descrizioni di un certo profilo umano tipo degli anni Dieci, combinazione implosa di disincanto al limite del livore, sarcasmo al limite della cattiveria, cinismo al limite della spietatezza verso se stessi. Rockol.com S.r.l. Ancora una volta, sono cosciente del disastro e il vederlo mi fa incazzare, perché mi fornisce un’evidenza del mio stato. Come è noto, il web ha fatto il resto, accelerando i tempi del rimescolamento, consolidando la notorietà di una folta serie di contro-icone (con relative imitazioni), soprattutto cambiando il paniere del pop italico, rinnovando le modalità con cui la canzone innesca il processo di identificazione. Dunque deambuliamo a pezzetti, tra luoghi notturni popolati da specchi di noi stessi, in attesa che quella folgorazione si ripeta. È un solco preciso che congiunge Calcutta a I Cani e ai susseguenti “Paracadute” e “Tubature” di Giorgio Poi, e che diventerà predominante nell’immaginario di questa ‘nuova canzone’: lo scarto del quotidiano, il fascino dell’inanimato secondario. È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in “L’ultimo dei Mohicani, non so di chi” è il verso che Calcutta usa da ponte per il successivo, dove dice di non sapere nemmeno di chi sia la casa a cui sta tornando, mentre noi si dava per scontato che fosse sua. Coerente con questa self-consciousness schizofrenica, questo essere solidamente cosciente della sua insicurezza e al tempo stesso viverla con serena fierezza, nel rivederla oggi lui mette subito le mani avanti, rilevando agli occhi di lei un’immagine di degrado che, al contempo, è vissuta con orgoglio identitario. Con la stessa rapidità passa dal malinconico-sommesso all’urgente, in uno strappo che ha l’efficacia di un refrain, di quelli che se non arrivano sembra manchi qualcosa. pseudo recensione di FROSINONE Calcutta: Significato interazioni, effetti collaterali. Significato e analisi di "Frosinone", da "Mainstream", l'album di esordio del fenomeno Calcutta. Soli contro tutto e tutti, urtiamo e sbattiamo come diavoli della Tasmania, sperando che fortuitamente, tra le altre ombre che ispirano solo rigetto (“A me quel tipo di gente no, non va proprio giù”, ancora Limonata), si possa incontrare quel lampo di empatia che vale una corsa disperata, una “guagliona” incontrata una volta o forse mai di cui non si conserva che un ricordo fugace che vale uno slancio vitale preziosissimo (Oroscopo). rimozione. Nella foto di gruppo di un decennio Calcutta sta in prima fila e in posizione centrale. Il quadro esplode nel momento in cui il ritornello vira in minore, e raschiate chitarre e un groove più appesantito e feroce rivelano la natura del nostro robottino a pezzi, quando perde il controllo. “A quest’America daremo un figlio / che morirà in jihad”: il robottino sbrindellato ha un’evidente tendenza alla mistificazione, al ‘farsi film’ nel senso letterale del termine. Con il locale di riferimento che dovrebbe aver già chiuso – probabilmente il Fanfulla, come da coordinata fornita dallo stesso Calcutta in Natalios – è l’ora di assorbire l’alcol in eccesso nella pizza cartonata di un egyptian ancora aperto (una “Pizza kebab”, si dirà pochi mesi dopo, coniando un’ulteriore iconografia). Una parte cospicua di questo interesse si è riversato su Calcutta anche per effetto  dei fastidi che ha seminato in tanti, probabilmente in tutti coloro che hanno visto materializzarsi un ritratto caratteriale in cui non amavano riconoscersi, e di conseguenza mal sopportando che gruppi così ampi di persone – diciottenni e quarantenni insieme accorsi alla corte di un trentenne – sviluppassero un’adesione così euforica per un profilo tanto abrasivo, uno in grado di piombare nel cuore della notte a casa di una tipa e rovinare ogni buon proposito con la sua dose massiccia di maldestra insicurezza. (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa. Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da Questa lei da cui correre è un miraggio, un sogno già trasferito nella sua dimensione più irreale, che diventa cinematografica. Rockol.com S.r.l. C'E' UNO CHE MANGIA UNA PIZZA DI NOTTE, RIPENSA AD ALCUNI SBAGLI, E … Persino loro ci sono riusciti, persino loro. Dipanatasi più per induzione reciproca che per dichiarata imposizione, l’aura di Edoardo D’Emme (vero nome del Calcutta), geneticamente modificata sulla sensibilità di Niccolò Contessa de I Cani, produttore di Mainstream e assurto al ruolo di nume, ha contribuito non poco a portare a compimento un processo di rinnovamento atteso, in un quadro musicale che stentava a rigenerare linguaggi, pur con tutta la loro corposa componente derivativa, più che idoli.

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